Cibo e solitudine

Se non riesco a darmi valore, e nessuno intorno a me sembra farlo; se non riesco ad ascoltarmi e amarmi, e non ho relazioni amorevoli, il vuoto che percepisco dentro diventa un pericoloso burrone.

Sento che mi manca qualcosa, ma il nome che darò a quel qualcosa non è scontato.

La tentazione di riempire quel vuoto prima ancora di saperlo è forte, e le scorciatoie sono tante: dal lavorare troppo, al bere, al sesso promiscuo, allo shopping.

Oppure mangiare troppo.

La solitudine e il senso di inadeguatezza profondo sono correlati anche al rifiuto del cibo, naturalmente, quando il corpo viene dissociato e trattato come un nemico, un non-io, da gestire con direttività. Ma è una situazione più complessa, e meno frequente.

Secondo uno studio americano, il bisogno di cibi grassi e l’appetibilità del cibo in generale è fortemente correlata al senso di esclusione sociale e di deprivazione affettiva dato dalla solitudine interiore. La capacità di autoregolarsi si altera, e si finisce per impantanarsi in un circolo vizioso fatto di comportamenti consolatori – mangiare troppo – che di fatto mantengono e aggravano la situazione per cui si soffre – il sentirsi soli.

Si mangia troppo anche in compagnia, perché è un’abitudine sociale, che facilita l’intimità forse, ma a volte la sostituisce. Se siamo a disagio mangiamo di più.

Perché mangio anche se non ho fame? 

Perché il cibo ha delle funzioni  extra alimentari: di gratificazione, di anestetizzazione emotiva, di gestione errata dello stress.

Perché è piacevolmente regressivo, tornare a sensazioni primarie: mangiare, dormire…

C’è poi l’atteggiamento psicologico di chi “manda giù”, non sa dire di no.

E a volte la mancanza di altri “nutrimenti”, affettivi, relazionali, di autostima, di espressione di sé.

Come prevenire nei bambini l’abitudine a mangiare in modo eccessivo? 

Occorre evitare che apprendano precocemente l’emotional eating, cioè l’uso inconsapevole del cibo come strumento di regolazione delle emozioni.

Non usare mai il cibo come premio o punizione.

Svelare i trucchi della pubblicità: che felicità e salute sono associati a quel prodotto in modo ingannevole.

Riuscire a dimagrire è questione di forza di volontà?

Non proprio, bando alle auto colpevolizzazioni. Ci sono molti fattori su cui decidere di agire, la volontà c’entra solo col voler affrontare il problema anziché negarlo, ma è più una strategia complessa, e profondamente affettuosa verso di se’, che non un discorso di “braccio di ferro” con se stessi che è destinato a vederci alla lunga perdenti.

A volte proprio le diete inducono un disturbo alimentare, se sono troppo restrittive, se sono “fai da te”, se sono un modo per punirsi e non per amarsi.
Si può paragonare il craving, il desiderio incontrollabile per un tipo di cibo (ad esempio il cioccolato o i dolci) a quello provato dagli alcolisti o dai drogati?

E’ la stessa sensazione. La difficoltà, rispetto alla dipendenza da sostanze, è che del cibo non si può essere astinenti del tutto, smettere, come con le sigarette. E mangiare “giusto” è talvolta più difficile che digiunare.

Il cibo in eccesso può diventare una dipendenza patologica?  

Si. E si è provato ad affrontarla con analoghi mezzi: sull’impronta del famoso gruppo di auto aiuto Alcolisti Anonimi, è sorto il gruppo degli Overeaters Anonimous. Gli incontri sono gratuiti, e forniscono condivisione, sostegno e accettazione per chi soffre in varie forme di problemi col cibo.

Ci sono inoltre dei centri specializzati dove un’equipe si occupa di disturbi alimentari (anoressia, bulimia, obesità, ecc).

L’approccio ottimale comprende l’apporto coordinato di Dietologo, Psicoterapeuta, Medico Internista e magari anche di un gruppo espressivo o di condivisione.

Le magie terribili: vomito e lassativi. Perché? 

Sembra una buona soluzione: mangio, ma non ingrasso, perché elimino tutto. Attenzione a questa tentazione, perché è veramente pericolosa. Smettere è difficilissimo, e i danni fisici e psicologici che ci si creano sono assai maggiori dell’ingrassare.

Quando chiedere aiuto? 

Quando ci accorgiamo che il cibo è la risposta ad ogni problema.

Quando null’altro ci interessa, ne’ il sesso, ne’ hobby, ne’ uscire e conoscere, ecc

Quando mangiamo in modo incontrollabile e la salute ne è compromessa. Quando percepiamo un’autodistruttività di fondo nel nostro modo di mangiare, anziché un piacere.

Quando mangiamo di nascosto.

Quando il pensiero del cibo diventa un’ossessione, qualsiasi sia il nostro peso.

Che fare se non riusciamo a tornare in forma?

Affidarci ad un dietologo, perché del nostro istinto non possiamo più fidarci. Ristabilire col suo aiuto un’ abitudine più sana.

Oppure, ri-imparare ad ascoltarci, dedicando tempo e attenzione a rilassarci e “sentire” il corpo. Essere un corpo, non averlo. Cercare il benessere interno, non solo l’apparenza estetica. Apprendere tecniche di gestione dello stress e dell’ansia.

“Sii un buon animale”. Fidarsi dei meccanismi naturali che regolano il respiro, il sonno il sesso e il cibo: dobbiamo solo rimuovere ciò che li altera, cioè lo stress, le abitudini errate, l’eccessiva disponibilità di cibi, i trucchi della pubblicità, ecc

E soprattutto, cercare altri nutrienti, affettivi  e spirituali, nelle relazioni e nel rapporto con noi stessi.

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