Leggere

Leggere aiuta, offre chiarezza, suggestioni ipnotiche, stimoli, consolazione, poesia, visione.

Ma la biblioterapia funziona davvero? Secondo alcune ricerche sì, secondo altre no, come sempre succede quando si cercano risultati chiari in aspetti non facilmente misurabili, come il benessere personale.

Leggere aiuta ma la psicoterapia è diversa: c’è un altro a fare da specchio, a prevenire l’autoreferenzialità. Quando si sta male si rischia a volte di fare un cattivo uso perfino dei messaggi più luminosi.

Leggere aiuta: non necessariamente un libro di autoaiuto, e nemmeno di psicologia. Credo che un po’ tutti i libri siano di autoaiuto, dalla Bibbia ai romanzi. I manuali di self help, con esercizi e direttive, non sempre funzionano di più. Perfino i fumetti possono aiutare.

Nelle librerie, visito spesso il settore dedicato ai libri di psicologia. Sono impressionata dal fatto che ho la sensazione di aver letto tutto. In effetti per anni non ho fatto altro che leggere bulimicamente tutto ciò che potesse aiutarmi. In parallelo leggevo anche letteratura e poesia.

Le parole creano, le parole possono essere parole magiche.
A volte una frase mi ha aiutato per settimane. Poi si smagnetizzano, le parole si spengono, ne servono di nuove.
Non so se si possa parlare di biblio terapia. Per alcuni disturbi la relazione con l’altro, che non sia solo idealizzato come l’autore del libro, ma reale e vivo di fronte a noi, è irrinunciabile.
E’ estremamente soggettivo quello che può piacere o aiutare. Come col cibo, cerchiamo e amiamo quello di cui più abbiamo bisogno in quel momento, per cui i consigli sono a volte fuorvianti.

Ma non tutti amano leggere, o sanno come farlo con sana voracità. Spesso propongo dei libri a pazienti o amici, e mi accorgo che leggere per qualcuno è un compito pesante, dal quale lo esonero subito. Non è obbligatorio!
Per altri è invece un vizio, un rifugio, e anche in questo caso, forse è meglio provare a non leggere, a sentire la musica o ascoltare il silenzio, camminare o scrivere.

Ma io li leggevo, e li leggo, i libri che aiutano, da sempre. Mia madre mi leggeva brani, mi passava libri salati dall’essere stati portati al mare insieme ai costumi bagnati, mi mostrava le sfumature delle frasi. Cerco la sua voce quando mi sento sola e leggo, cerco direttive perché credo di non saper vivere e che altri lo sappiano meglio di me, cerco ricette e cerco conforto nel sentire che non sono l’unica a sentire certe paure, e cerco chi mi fornisca le parole per esprimere emozioni che non capisco, e chiavi per aprire porte che non ho mai varcato.
Era inevitabile che scrivessi alla fine anch’io dei libri per aiutare. Era il mio sogno.
Nel mio primo libro ho parlato di sonno e di sogni, nel secondo di solitudine.

Volevo scrivere un libro che riuscisse a rincuorare. A far sentire meno soli, e a dare qualche prospettiva di possibile cambiamento. Volevo stimolare delle idee nuove, cercare degli antidoti all’aria nuvolosa dei tempi. Confidando nella creatività di ciascuno, per capire come, davvero, qui e ora, cambiare la solitudine che ci circonda.
Nel terzo libro ho voluto cercare il punto in cui l’infelicità diventa depressione e capire come arrivare prima, e trasformarla in espressione, in profondità di comprensione, infine in felicità.

Invece che proporre ricette, itinerari, tutorial esistenziali, vorrei indurre un’attitudine alla guida e protezione di se stessi. Un atteggiamento, come un talismano, di attenzione al proprio personale stile e autentico senso, fuori dalle strettoie di ricorsivi autoinganni.

Nel quarto ho descritto questi autoinganni, le spirali involutive dei circoli viziosi, e la gioia che si prova nell’uscirne, nell’inventare dei circoli virtuosi: il bello di uscire dagli schemi.

Ho scritto dei libri che avrei voluto leggere, per dare a me stessa e a chi leggeva le mie parole un po’ di conforto, per ricordarmi dove trovare spiragli di luce, e indurre i lettori a cercarne di propri, e magari condividerli.
Quest’ultimo (il quinto!) è un libro che invece ho voluto scrivere, per rendere partecipi più persone possibili del potere dell’attenzione aperta e amorevole, a sé e agli altri, come antidoto alle secche dell’invisibilità, dell’invidia, della sconfortante solitudine e inadeguatezza collettiva. E’ un appello a cambiare, a fare una rivoluzione personale. Parlo del sentirsi senza valore, e del fatto che tutti hanno un valore, anche se non ce lo ricordiamo più il come e il perché di questo. E come sempre mi includo, mi impiglio in ciò che scrivo: anche io, tendo a fare gerarchie e a sentirmi sollevata o mortificata in base alla mia posizione relativa. Forse non basta una vita a diventare saggi abbastanza da capire e vivere davvero l’inclusione e l’amore.

Ma leggere aiuta, soprattutto se le parole non ci annoiano, se giungono alle parti emotive del nostro cervello.
Se ci resta dentro un’armonia, come dopo aver ascoltato una canzone; o un lampo di possibile, come dopo una poesia.

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