Solitudine e psicoterapia

Quando la solitudine del cuore fa male, troppo male, e si dispera di trovare una via d’uscita, a volte si decide di cercare aiuto. Si cerca uno psicoterapeuta, perché sicuramente se ci si trova in quella situazione si deve avere qualcosa che non va, oppure si sta semplicemente sbagliando qualcosa; ma cosa? E comunque se non si era malati, a furia di soffrire lo si è diventati.

La speranza è che il terapeuta possa risolvere il problema e far sì che un incontro, quello che ci risolverà la vita, avvenga.

Ma a volte non accade, e la solitudine sembra ancora più lancinante, vien voglia di scagliarla in faccia al terapeuta, che ha sicuramente moglie e figli, e non capisce quanto faccia male. Si sta affogando, e lui non fa niente. “Ci vediamo la settimana prossima”. Sì, e intanto? Una settimana può essere un oceano di tempo soli con se stessi, nel silenzio, nel rimuginio logorante.

La persona che davvero ti manca non è un uomo, ma è prima di tutto tu stessa, che ti abbandoni nel vuoto, che hai un mondo interno desertificato dal tuo stesso disamore. E il terapeuta è lì per mostrarti come il suo sguardo accogliente, che ti scalda e ti fa sentire, per quell’ora, meno sola, può diventare il tuo stesso sguardo.

Non serve a correggere le tue imperfezioni, a migliorarti perché tu sia più idonea. E la psicoterapia non è un’agenzia di collocamento.

Certo, quando incontri la tua amica che non ha mai fatto un minuto di psicoterapia in vita sua, che è visibilmente piena di problemi bellamente irrisolti, e ti racconta radiosa che ha incontrato – per caso – una persona meravigliosa, è piuttosto frustrante.

Ma il caso, il caso sembra esistere solo nei film, o nelle vite degli altri!

Di solito, non riserva doni così graditi.

Come ha scritto ironicamente su Facebook una mia amica:”La tua anima gemella è là fuori. Tra oltre 7 miliardi di persone. Distribuite su cinque continenti. Supponendo che sia viva. E che sia single.” E poi infatti: :”Ringrazio pubblicamente i libri, per avermi tenuto fedelmente e appassionatamente  compagnia ogni sera”.

Ma non esiste un’anima gemella, le possibilità di incontro sono per fortuna maggiori.

E’ l’atteggiamento che possiamo cambiare, da soli, o con la guida di una psicoterapia. Riuscire ad aprire le finestre, affinchè il vento entri. Accettare che non è una colpa, la solitudine, non è un marchio che testimonia una sostanziale inadeguatezza. Ha una storia, che possiamo comprendere, amare, e superare, aprendoci all’amore di più persone e cose possibili. Naturalmente comprendendo innanzitutto se stessi. Se non ti ami tu, chi mai potrà farlo?

Ma perché non funziona tutto come nei film? Perché gli estranei in metropolitana, invece che limitarsi a guardarti, non attaccano bottone dicendoti che hai un sorriso bellissimo? Perché dopo trent’anni, in un caffé del centro, non rincontri mai la persona per cui hai lottato? Perché le madri fanno fatica a capire i propri figli e i padri ad accettarli? Perché la frase giusta arriva sempre durante i l momento sbagliato? Perché non ti capita mai di correre sotto la pioggia, di arrivare davanti al portone di qualcuno, farlo scendere, scusarti e iniziare a parlare a vanvera per poi trovarti labbra a labbra e sentirti dire: ‘non importa, l’importante è che sei qui’? Perché non vieni mai svegliato durante la notte da una voce al telefono che ti dice: ‘non ti ho mai dimenticato’? Se fossimo più coraggiosi, più irrazionali, più combattivi, più estrosi, più sicuri e se fossimo meno orgogliosi, meno vergognosi, meno fragili, sono sicura che non dovremmo pagare nessun biglietto del cinema per vedere persone che fanno e dicono ciò che non abbiamo il coraggio di esternare, per vedere persone che amano come noi non riusciamo, per vedere persone che ci rappresentano, per vedere persone che, fingendo, riescono ad essere più sincere di noi.

Sono le parole di David Grossman, in Qualcuno con cui correre.

Ed ecco che esplorare per mano a una figura accogliente e sicura – che non è un fidanzato o una fidanzata, ma uno psicoterapeuta – i legami di attaccamento che abbiamo vissuto, a partire dalla nascita, e le ferite, la paura che hanno forse lasciato in noi, aiuta a far sì che sia l’amore a condurci verso la possibilità di un noi necessario e felice.

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