Solitudine 2015

Solitudine 2015: cosa è cambiato dall’uscita del mio libro, nel 2010?

L’argomento continua a essere del tutto trascurato dai media. Non se ne parla in tv, raramente si trova questo termine sui giornali. E anche fra le persone, si tende a non pronunciare questa parola, preferendo termini  più collaudati e impersonali per esprimere il senso di isolamento, come crisi, stanchezza, ecc.

Dal mio osservatorio minimo, e dalle ricerche recenti, risulta che il fenomeno della solitudine e dell’isolamento sociale sia  peggiorato, rispetto a cinque anni fa.

I problemi economici non hanno rotto gli schemi disgregativi ma li hanno resi più rigidi.

Le persone che hanno perso il lavoro o non riescono a trovarlo vivono la vergogna dell’esclusione sociale, della mancanza di ruolo, e di denaro da investire nelle relazioni. Nonostante sia una situazione generale, non si è creata una coesione di gruppo: ciascuno si sente fallito o sfigato a modo suo, un po’ colpevole, pur sapendo di non esserlo, un po’ svalutato; comunque in stand by fino a non si sa quando. Si finisce con l’esonerarsi dalle relazioni, per non sentirsi perdenti, per non spendere, per non soffrire in confronti spiacevoli. C’è la casa, la tv, il divano, i libri, il gatto: un’intimità e un’accoglienza vera si riescono a godere solo lì.

Chi invece il lavoro ce l’ha, lavora moltissimo. Sono aumentate le richieste, è diminuita la retribuzione, l’orario si allunga, e pur di non perdere terreno si dedica la giornata al lavoro. Ma la vita privata si contrae sino a diventare un brandello. In mancanza di essa, si lavora di più, e naturalmente più si lavora, più la vita privata si svuota. Il lavoro produce solitudine, perché toglie tempo a tutte le attività non produttive e socializzanti, e poi la solitudine spinge a lavorare di più, per non sentire un vuoto inquietante. E’ un circolo vizioso noto.

In tutti i casi, dopo un po’ che la vita sociale si è ristretta, si tende a disimparare a star bene in compagnia. La solitudine si infiltra come una seconda pelle, protettiva e malsana, si trasforma in depressione strisciante, si maschera da ipocondria, da paura, da malessere fisico. Stare con gli altri è un bisogno, ma diventa invece uno stress, faticoso, difficile, inutile. Uscire e stare a disagio. Tornare a casa e pensare “mai più”! Il sollievo di togliersi una maschera, di tornare a sé, dopo una serata passata a mangiare troppo, bere troppo, sorridere troppo. Freddo. La solitudine è rimasta intatta, anzi forse si è fatta più cupa, dopo degli incontri di facciata, senza scambio, senza profondità.

Si tende a dare la colpa agli altri: che sono stupidi, che sono arroganti, che non sono come i nostri amici di un tempo, ecc. Ma la verità è che spesso siamo anche noi a non essere più capaci di lasciare che un contatto nutriente avvenga, non siamo più allenati alla danza di autosvelamento e attenzione, di curiosità e gentilezza, di divertimento e interesse che orienta gli incontri verso una piacevole condivisione anziché verso un’inutile schermaglia.

Questo ancora non è cambiato: abbiamo tutti un bisogno vitale di amici, anche se a volte non se ne è più consapevoli. Guardando la serie televisiva Braccialetti Rossi, a volte si prova quasi invidia per il clima di amicizia e il senso di comunità in cui vivono i protagonisti, così intenso emotivamente da far sottovalutare allo spettatore la gravità delle malattie che questi affrontano. Eppure la solitudine prolungata fa soffrire moltissimo, anche se si gode di buona salute. Soprattutto quando si perde la speranza di poterne uscire.

Chi ha un compagno o una famiglia a volte si sente solo lo stesso, ma sa che in caso di diluvio, sull’arca salirà con qualcuno. Chi è davvero solo si spaventa, teme che sarà così per sempre, che se non fa qualcosa resterà fuori gioco. Ma fare cosa?

Le città del nord continuano a essere più difficili. Gruppi chiusi, diffidenza, eccesso di riservatezza, disinteresse, mascherato da estremo rispetto della privacy altrui.

Ma offrono dei surrogati. I corsi, ad esempio. Ci si incontra ogni settimana, con un gruppo di sconosciuti, per fare insieme qualcosa che a tutti piace. Scrivere, respirare, parlare inglese, commentare film. Non è un bacino dove sperare di pescare amici ( a questo non crede più nessuno), è solo un’ora in cui condividere un interesse con altri esseri umani. Che alla prima lezione sembrano deludenti, grigi, e invece verso la terza rivelano mondi inaspettati, alcuni sembrano addirittura migliorare fisicamente: riusciamo a vedere i ragazzi che erano, l’anima che brilla. Se li avessimo incontrati a cena, forse avremmo parlato di lavoro, di viaggi, e ci saremmo trovati noiosi. Invece nel gruppo del corso si fa, e nel fare si è diversi da quel ci raccontiamo. Non c’è bisogno di essere diffidenti, o giudicanti, si è insieme e si fa insieme un’attività che da soli non faremmo. Che a volte aiuta a esplorare se stessi e gli altri, a esporsi: nei gruppi di scrittura, ad esempio, in cui si leggono i propri pensieri ad alta voce, perché siano ascoltati.

Questa specie di intimità, che non continua fuori dal corso il più delle volte, è meglio che niente. Non è un falso contatto, anzi: liberi da pretese e aspettative, a volte ci si sente vicini davvero.

La vicinanza fa paura, ormai si tende ad allontanare gli altri, fonte di delusioni, tradimenti e ferite. E’ anche ciò che più si desidera, però.

Per molti sta diventando normale vivere di pochissime relazioni reali, molte virtuali, e nessuna appartenenza. Per altri la ricerca appare sempre più sfiduciata, i canali sembrano essere sempre di meno, le persone che si incontrano sempre più improponibili.

Eppure si cerca amore e affetto, non certo la luna.

Non bisogna rinunciare, o dimenticare che sono desideri legittimi e realizzabili, se non poniamo mille condizioni, mille pretese, se non ci ammantiamo di rabbia o di chiusure. Ci vuole coraggio, attenzione, apertura. E tempo.

La rivoluzione sarebbe davvero riprendersi il tempo e il coraggio di amare, e di voler bene a più persone e cose possibili.

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