Rilassamento

I grandi maestri sono i gatti, e i bambini.

Sanno rilassarsi in modo così completo e visibile, che sono proprio la pubblicità del piacere. Perché rilassamento e benessere sono un binomio inseparabile, in quanto l’uno genera l’altro.

Eppure, sia i gatti sia i bambini, sono capaci, in un attimo, di diventare vigili e spesso anche insopportabilmente attivi; la loro specialità è però di saper ritornare ad uno stato di totale relax, appena sentono che non ci sono minacce, interne ed esterne; appena i loro bioritmi, con ciclica regolarità, lo richiedono.

La maggior parte degli adulti ha perso questa capacità: il recupero, dopo ogni stress, è incompleto, il rilassamento è parziale, forse perché l’assenza di minacce non è percepita come realisticamente possibile, è come se ci fosse un microstress cronico, un’inconsapevole costante allerta.

Il rilassamento è uno stato psicofisico caratterizzato dall’assenza di tensioni, dalla prevalenza di segnali bioelettrici, ormonali, e vegetativi caratteristici.

Serve a ricostituire l’armonia fra mente e corpo, consentendo di ricaricare i vari sistemi.

E’ il regno della saggezza del corpo, in cui la nostra mente razionale deve farsi da parte, perché sarebbe d’ostacolo. Solo il rilassamento profondo può consentire a tale saggezza di funzionare, sanando squilibri, ricalibrando parametri, compensando carenze.

Può coincidere col sonno, ma non sempre, anzi talvolta può succedere di dormire con tutte le nostre tensioni intatte: e di  svegliarsi stanchi e doloranti.

Il nostro ambiente interno è regolato dal principio dell’omeostasi, per cui ogni parametro è riportato nella sua proporzione ottimale da istintive compensazioni, che riparano e guariscono. Il rilassamento è lo spazio di ripristino di tale funzionamento naturale, sorprendentemente preciso e autonomo.

Immaginiamo di non avere nemmeno il più piccolo e sconosciuto muscolo contratto.

Se tutti i muscoli, anche quelli interni, sono rilassati, il respiro diventa automaticamente diaframmatico (quando è la pancia, e non il torace, a gonfiarsi, durante l’inspirazione), e ritmico, così come il battito del cuore. La temperatura si abbassa, il sangue circola liberamente, le onde mentali assumono un ritmo denominato alfa; ci si sente pesanti, o molto leggeri, comunque piacevolmente abbandonati. Questo è il rilassamento profondo.

Uno stato di passività completa, in cui la mente è comunque sveglia e ricettiva.

E’ una situazione fisiologica incompatibile con l’ansia: se un pensiero ansiogeno compare, ecco che almeno un piccolo muscolo (di solito del viso, o nello stomaco) non manca di contrarsi.

Se ce ne accorgiamo e lo rilassiamo, si ripristina il rilassamento: e con esso, tutto un ritmo fisiologico molto terapeutico, quando riusciamo a restarci e a fidarcene.

E’ come per il respiro: non siamo noi, nel senso del nostro Io, a decidere se respirare, e quanto. Il nostro organismo sa, e se non siamo contratti e in semiapnea per l’ansia, respira giustamente, non troppo, non troppo poco. Così è per il sonno, e per il cibo.

Tutte le volte che cerchiamo di controllare con la mente (ad esempio: mi voglio addormentare! Oppure: voglio mangiare pochissimo!) finiamo col renderci conto che abbiamo un potere limitato e talvolta controproducente sui nostri istinti naturali.

E sulle emozioni, che si rifiutano di venire irreggimentate dalla mente.

Sapersi rilassare implica saper cedere lo scettro della mente, e dare spazio e ascolto alle emozioni e al corpo.

Non è una resa da poco.

Implica fiducia (che non saremo travolti da uno tsunami interiore, né esterno), addirittura presuppone una fede: in un Dio, nel flusso della vita, nel fatto di non essere noi onnipotenti. Solo così ci si può concedere ogni tanto di smettere di controllare tutto, vigili come cani da guardia, sempre all’erta.

La Preghiera della Serenità, di autore sconosciuto, è quanto di più pacificante ci si possa ripetere: infatti è utilizzata nei gruppi di autoaiuto che trattano le dipendenze patologiche.

“Mio Dio, concedimi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio per cambiare quelle che posso, e la saggezza per conoscere la differenza.”

Oltre a questo atteggiamento filosofico, o spirituale, è necessario riapprendere a distendere il corpo e la mente, bloccati in una condizione di stress, di cui talvolta non si è consapevoli, se non indirettamente, quando il danno psicosomatico ha già prodotto dei sintomi. Che siamo tentati di risolvere con dei farmaci, scavalcando l’intera questione di come, negli anni, la goccia abbia scavato la roccia.

Tutte le patologie, fisiche e mentali, nonché tutti i comportamenti nocivi, hanno l’ansia come comun denominatore. Sono forse, addirittura, l’espressione di tutti i modi errati con cui il nostro corpo o la mente hanno tentato di gestirla: le dipendenze, le ossessioni, le ulcere. E a sua volta, l’ansia amplifica i disturbi. La soglia di percezione del dolore si abbassa (si pensi dal dentista, quando fa male anche solo il contatto con un ferro), i processi mentali si bloccano (a scuola, quando non ricordavamo lezioni pur studiate, o non capivamo calcoli semplicissimi), si dorme e si mangia troppo, o troppo poco. Il sesso e il piacere diventano impossibili. Le difese immunitarie si abbassano. Nei piccoli, la crescita psicofisica rallenta, l’apprendimento diminuisce.

Il successo di molte terapie alternative, come il reiki e lo shiatsu, risiede nel fatto che offrono l’opportunità di rilassarsi, grazie a delle tecniche, e al supporto del gruppo. Il rilassamento, comunque lo si raggiunga, è una terapia aspecifica, che poi migliora i sintomi specifici.

Ognuno di noi ha già le sue strategie per gestire l’ansia e rilassarsi, per fortuna, apprese a cominciare dall’infanzia. E’ utile partire da lì, e vedere quanto funzionano, e quando, per poterle migliorare e arricchire.

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