Parlare a se stessi

Il dialogo interno è quella voce che accompagna le nostre esperienze sin dai primi anni di vita. E’ talmente familiare e automatica che non se ne nota la qualità e forse nemmeno la presenza, a meno di non portarvi apposta l’attenzione. E’ importante capire che effetto ha su di noi e sapere che si può cambiare.

Commenta, critica, esorta, consola: ma proviamo ad ascoltare il dialogo interno con distacco, magari scrivendolo. Cosa ci dice, e soprattutto, come?

In alcuni momenti ha la voce dolce di un genitore affettuoso, in altri è un aguzzino spietato, o un giudice supremo. E’ un angelo custode, o un persecutore interno pronto a notare i nostri errori. Dipende dalla circostanza, dal rapporto che abbiamo con noi stessi in quel periodo, ma ci sono delle costanti, dei modi prevalenti che vale la pena di scoprire. Perché convivere con una voce interna non amichevole è una tortura e sottrae energie.

Di chi è la voce che ci critica in un modo così sgarbato che non useremmo con nessuno al di fuori di noi stessi? Se ci ricorda qualcuno, è utile lasciar emergere l’associazione: spesso è una persona importante dell’infanzia. Una volta riconosciuta la probabile fonte, bisogna chiederci come mai ci alleiamo con un giudizio così negativo, perché non prendiamo le nostre difese. Non dobbiamo obbedire automaticamente, ci si può ribellare: anche se non è facile, se ormai l’atteggiamento è cristallizzato.

Se l’effetto dei nostri commenti automatici è deprimente, proviamo a cambiare abitudini comunicative interne. Perché quello che ci diciamo ha un potere autoipnotico: ripetersi “Non ce la farò” è come un mantra negativo, diventa una profezia autoavverantesi. L’aspettativa di fallimento si realizza e si autoconferma, rinforzandosi per il futuro.

Anche insultarsi fa male. Se me ne dico di tutti i colori non c’è da stupirsi che l’umore sia nero. Farsi degli apprezzamenti positivi ha effetto sulla chimica cerebrale: i complimenti aumentano la produzione di endorfine, così come le critiche distruttive la bloccano. E’ entusiasmante immaginare una sorta di farmacologia endogena, che introduca un circuito virtuoso tra elementi organici, emozioni, pensieri e comportamenti.

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