Uscire dai circoli viziosi

Di quali circoli viziosi sei socio?

Quali sono le lenti preferite con le quali guardi il mondo abitualmente?

Non è solo ciò che vedi a plasmare la tua percezione della realtà, ma soprattutto ciò che ti aspetti di vedere, che inconsciamente cerchi, la traccia che segui, per paura o per abitudine, per sfiducia o per esperienza. Ignorando che altre sono possibili e forse auspicabili.

Riaprire la possibilità di scelta, è questo che vorrei tu considerassi.

Se credi che non ci sia via d’uscita, potresti passarci proprio davanti e non vederla.

Gli animali sono fatti di istinti rigidamente programmati, per questo sin da piccoli sanno stare al mondo. Noi umani invece ci mettiamo anni a crearci degli schemi funzionali, flessibilmente adattati all’ambiente. Fra stimolo e risposta c’è un piccolo spazio in cui noi possiamo inserire una scelta tra una molteplicità di risposte. Tanto più ricca quanto più grande è il nostro tesoro di cultura, esperienze, punti di vista, consapevolezza.

Il criceto grassoccio in copertina non fa nulla di male a se stesso o agli altri. Si mantiene in forma, come noi sul tapis roulant. Ma quando ci avviluppiamo nei circoli viziosi non siamo solo presi da attività sterili, forse inutilmente sfinenti. C’è anche un aspetto nocivo, involutivo. Uguale è solo l’automatismo, la compulsività.

Viviamo in un presente agitato, come mosche in una bottiglia, ha detto Zagrebelsky in una recente relazione; mettiamo delle pezze, cerchiamo delle panacee. Abbiamo uno sguardo sempre retrospettivo e mai prospettivo: manca un impegno di lungo respiro, un’utopia motivante, un orizzonte, un futuro.

Il 50 per cento della popolazione adulta in Italia assume psicofarmaci.

Per tollerare la costante sensazione di essere inadeguati, di “non farcela” a stare al passo con un apparato che pretende sempre di più.

Oppure per sopportare la sensazione di non esistere, privi di un ruolo sociale di cui esser fieri e incapaci di dar valore a un’identità personale poco percepita, mai davvero conosciuta e sviluppata.

Manca una visione alternativa a quella prevalente, basata sull’utile. Un cambio di paradigma. Una rivoluzione: parola ormai tabù, sparita dal lessico comune dagli anni 70. Perché associata alla violenza delle Brigate Rosse. Ma anche non cambiare è distruttivo, è violenza.

In tv si osserva un generale lamentarsi, un consentito protestare, indignarsi anche, ma c’è un implicito: che nulla cambierà davvero.

Invece le cose si cambiano: cambiandole (come diceva Civati).

Mi ha sempre colpito il brano di S. Matteo (versetto 25, 29 del Vangelo di Matteo), che recita: Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.

Lo chiamano “principio di san Matteo”, ed è molto vero. Ci fa esclamare: ma non è giusto! Ci parla di circoli virtuosi e viziosi, di solchi da cui è difficile uscire, di criceti grassi su ruote che vorticano. Ma saltarne fuori non è impossibile per noi umani.

Abbiamo gli strumenti per essere creativi con noi stessi e le nostre vite.

Ecco il mio nuovo  libro in libreria, Il bello di uscire dagli schemi.. Ok, ce ne sono mille di libri di autoaiuto, e non aiutano poi così tanto…

Ho cercato di metterci dentro ciò che più ha aiutato me: capire alcuni meccanismi della mente, psicologici e anche neuronali, mettere in pratica alcune tecniche, instaurare nuove abitudini, sorridermi anzichè umiliarmi o sgridarmi. Ma anche pezzetti di canzoni che sciolgono loop emotivi, citazioni poetiche e giochi di specchi.

Il titolo, il sottotitolo, la copertina (con criceto e colori accesi) non li ho scelti io, ma l’ufficio marketing, che sostiene che il difficile non è scrivere libri, ma venderli! Io avrei scelto un’immagine più elegante, magari spiraliforme, colori fra l’ocra e l’azzurro, e una frase poetica: ma forse hanno ragione loro, e anch’io dovrei uscire dai miei stessi schemi ogni tanto.

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